Bad Sex Awards

Ti è capitato di sicuro. Stai leggendo un libro, ti piace, ti stai appassionando. Ma a un certo punto l’autore (sì, l’autore: statisticamente è probabile che si tratti di un uomo) ci infila una scena di sesso che ti fa sorgere una serie di interrogativi. Primo: ma questo non ha degli amici, di quelli veri, che se ti criticano sai che lo stanno facendo per il tuo bene? Secondo: l’autore – lo stesso che ti sorride un po’ tronfio dalla quarta di copertina – ha chiari i, ehm, meccanismi? Cioè, lo sa come funziona? L’ultimo, più che un interrogativo, è un pensiero alla povera compagna, o al povero compagno, o a* pover* compagn*.

Forse quella scena l’hai dovuta tradurre. E allora sai che, se esiste un girone dell’inferno per chi traduce, non c’è migliore punizione che la condanna eterna a tradurre scene di sesso scritte male. Tipo quelle premiate da Literary Review che, dal 1993, assegna ogni anno il Bad Sex in Fiction Award.

E siccome vogliamo più bene a te che a noi, ecco le peggiori scene di sesso degli ultimi anni. Siamo Chiara Reali e Dafne Calgaro, curiamo una newsletter sulla traduzione, e questo è il risultato della tortura a cui ci siamo volontariamente sottoposte.

Freud ti giudica.

2018: 50 sfumature di bianco
Glielo infilo duro in fondo scopandola sul lavandino del bagno addosso ancora quel vestitino nero aderente il perizoma sul pavimento i miei pantaloni alle ginocchia gli occhi allacciati, cuori e anime e corpi allacciati.
Vienimi dentro.
Vienimi dentro.
Vienimi dentro.
Accecante ansimando tremante intenso esplosivo bianco Dio le vengo dentro il cazzo pulsa gemiamo entrambi occhi cuori anime corpi uno.
Uno.
Bianco.
Dio.
Vengo.
Vengo.
Vengo.
Chiudo gli occhi, espiro.
Vengo.
(James Frey, Katerina)

2017: il triangolo no, non l’avevo considerato
“Si copre il seno con il costume. Il resto del suo corpo rimane deliziosamente esposto. La pelle delle braccia e delle spalle ha diverse sfumature di abbronzatura, come macchie d’acqua in una vasca da bagno. La sua faccia e la sua vagina si contendono la mia attenzione, così guardo giù, verso il triangolo da biliardo del mio pene e dei testicoli.”
(Christopher Bollen, The Destroyers)

2016: patriottismo
Due anni fa ha vinto Erri De Luca, non possiamo quindi tradurlo ma, se proprio ci tieni, trovi qui la scena che ha messo d’accordo la giuria.

2015: geometrie non euclidee
“A quel punto, Eliza ed Ezra cominciarono a rotolarsi in un’unica valanga ridacchiante di procace copulazione, urlando e gridando mentre si mordevano e si strattonavano per gioco in una pericolosa e tumultuosa vertigine spiraliforme rotante di aggressività sessuale mentre i seni di Eliza si avvitavano sulla bocca gemente di Ezra e il tormento smanioso del suo bulbo eretto alleviava l’eccitazione facendosi strada a forza di colpi in ogni muscolo del corpo di Eliza tranne là dove avrebbe dovuto mirare.”
(Morrissey, List of the Lost)

2014: dal big bang ai buchi neri
“Quando la mano di lui le sfiorò il capezzolo fu come se un interruttore la avesse accesa. Le toccò il ventre e la sua mano la fece bruciare dentro. Ricoprì il suo corpo di carezze indirette e sensazioni agrodolci le inondarono il cervello. Si rese conto che c’erano luoghi in lei che potevano solo essere stati nascosti da un dio burlone.
Alla deriva tra calde correnti, ormai lontana dal mondo, si accorse che lui le stava scivolando dentro. La amò con delicatezza e forza, accarezzandole il collo, rendendo gloria al suo viso con le mani, finché lei non cedette e iniziò a mugolare piano e ritmicamente… L’universo era dentro di lei e con ogni movimento le si dispiegava davanti. Da qualche parte nella notte un razzo solitario esplose.”
(
Ben Okry, The Age of Magic)

2013: l’amore ai tempi di Excel
“Di certo in quell’istante esplodono supernovae, da qualche parte, in qualche galassia. La capanna svanisce, e con essa il mare e la sabbia – solo il corpo di Karun, avvinto al mio, rimane. Sfrecciamo come supereroi al di là dei soli e dei sistemi solari, ci tuffiamo attraverso banchi di quark e nuclei atomici. In ogni parte del mondo, gli statistici festeggiano il raggiungimento della nostra quarta stella.”
(Manil Suri, The City of Devi)

2012: questa è l’acqua
… mai mi stancherò di quella fluidità argentea, il mio sesso che nuota gioioso come un pesce nell’acqua, il mio sé liberato di sé e dell’altro, la vibrazione, la palpitazione rosa e carnale che ti distacca da ogni colore e da ogni carne, che ti fa vedere soltanto stelle, costellazioni, vie lattee, che ti spinge senza corpo e senza anima nello spazio ondeggiante dove i cieli ondeggianti fanno sì che il tuo non-corpo ondeggi…
(Nancy Huston, Infrared, vincitrice dell’edizione 2012)


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La microintervista: 7+1 domande a Marta Barone

Marta Barone è nata a Torino nel 1987, dove si è laureata in letterature comparate, e vive a Como. Traduce dall’inglese e dal francese, finora soltanto romanzi e racconti, a parte una graphic novel. È stata per molto tempo lettrice editoriale per Einaudi, Mondadori Ragazzi, Rizzoli, e a volte lo fa ancora, ed è l’orgogliosissima curatrice delle opere di Marina Jarre, incarico che le è stato affidato l’anno scorso. Ha scritto tre libri per ragazzi e sta finendo il suo primo romanzo, che uscirà per Bompiani nella primavera 2019.

1. Dove lavori? Quasi sempre a casa, al computer fisso. In biblioteca mi distraggo troppo, ma ne vale anche la pena per la birra e i pettegolezzi alla fine della giornata con l’amico che ha lavorato di fronte a te.

2. Il libro della tua vita: Questa è una domanda di una violenza aberrante e dovreste saperlo. Comunque, per comodità, diciamo Pnin. E La Recherche, anche perché le sue ramificazioni nel Novecento comprendono buona parte dei libri che amo.

3. La parola che ti fa mettere le mani nei capelli: «Maestro». E «assaporare».

4. La frase che avresti voluto tradurre tu: «Era ancora un opporsi al tempo: un nome, una somma di vita di cui nessuno calcolerà gli eventi innumerevoli, un segno lasciato da un uomo smarrito in quella successione di secoli». (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, trad. di Lidia Storoni Mazzolani)

5. Uno strumento di lavoro (informatico o analogico) di cui non puoi fare a meno: Il leggio per tenere su il libro o l’ipad con il pdf di quello che devo tradurre. Anche per questo mi è scomodo andare in biblioteca, non posso portarmelo dietro.

6. Il tuo guilty pleasure: Non so se è guilty, ma spesso, anche se devo scrivere o lavorare a casa, mi vesto di tutto punto, mi pettino e a volte persino mi trucco, come se andassi a un lavoro d’ufficio. È un modo per resistere all’abbrutimento quando devo restare rinchiusa per tanti giorni di fila.

7. Una cosa di cui sei orgogliosa: Sono sempre orgogliosa quando qualcuno mi dice che ho fatto un buon lavoro.

+1 Come hai fatto a tradurre Cime tempestose senza farti trascinare nella follia e/o evocare fantasmi? Dato che ci lavoravo dodici ore al giorno, era inevitabile che a un certo punto cominciassi a sognarlo ripetutamente: niente fantasmi, o meglio, sognavo pezzi fantasma che non esistevano e mi ero dimenticata di tradurre, e il libro usciva incompleto, o il testo che si moltiplicava e proliferava in modo mostruoso, e variazioni sul tema (una specie di versione da traduttore dei sogni in cui scopri che non hai finito gli esami all’università o che devi tornare a scuola).


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La microintervista: 7+1 domande a Michele Piumini

Michele Piumini abita in provincia di Varese. Dal 2000 a oggi ha tradotto un centinaio di titoli, tutti dall’inglese tranne tre dallo spagnolo. Traduce narrativa per bambini, ragazzi e adulti e saggistica di vario genere, soprattutto musicale. Dal 2005 è anche docente di traduzione letteraria.  

1. Dove lavori? A casa, nel mio studio, quando traduco. Fuori casa, ovviamente, quando insegno.

2. Il libro della tua vita: Posso citarne due? Il primo è Broken Music, l’autobiografia di Sting, che ho tradotto in italiano. O meglio ri-tradotto: è una storia lunga e incredibile che, grazie a una fortunatissima serie di coincidenze, mi ha permesso di conoscerlo di persona.
Il secondo è Divided Kingdom di Rupert Thomson, il romanzo più straordinario che abbia mai tradotto (e probabilmente letto).

3. La parola che ti fa mettere le mani nei capelli: “Supportare”

4. La frase che avresti voluto tradurre tu: “Tutta la famiglia – i sei adulti (contateli pure) e il piccolo Charlie Bucket – viveva in una casetta di legno alla periferia di una grande città.”
Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, traduzione di Riccardo Duranti.

5. Uno strumento di lavoro (informatico o analogico) di cui non puoi fare a meno: Molto banalmente, il dizionario. Potrei anche farne a meno e utilizzare i dizionari online, ma sono troppo abituato – anche fisicamente: lo tengo in mezzo alle braccia, fra me e la tastiera – a quello cartaceo.

6. Il tuo guilty pleasure: Trovare gli errori nei testi originali (soprattutto i libri musicali) e comunicarli agli autori, se sono già entrato in contatto con loro. Mi sono sempre molto grati, perché lo prendono come segno di scrupolosità e perché può tornare utile a loro e ai loro editori per le eventuali ristampe.

7. Una cosa di cui sei orgoglioso: Le traduzioni dei miei allievi e il loro feedback.

+1. Qual è la prima cosa che fai quando cominci una nuova traduzione? Niente di particolare, non leggo i testi prima di tradurre, comincio e basta.


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Tutti i pasti di Cime tempestose in ordine di tristezza

di Daniel Ortberg

traduzione di Dafne Calgaro e Chiara Reali

Cime tempestose è la storia di alcune persone che consumano i pasti più deprimenti che si possano immaginare e che per questo non sono in grado di provare amore. A volte bevono del tè, ma più spesso qualcuno gliene offre, loro decidono che sono troppo furibondi per bere del tè e preferiscono morire. A seguire, tutti i pasti che i personaggi di Cime tempestose stavano quasi per consumare prima di stramazzare all’improvviso per un eccesso di frustrazione sessuale.


Vino quasi-speziato e risate, ma non fateci l’abitudine
«Mi portò del vino caldo e del pan di zenzero; sembrava incredibilmente ben disposta.  Linton era in poltrona ed io nella piccola sedia a dondolo davanti al focolare e ridevamo e parlavamo con tanta allegria, trovando così tanto da dire: facemmo dei piani, dove saremmo andati e cosa avremmo fatto in estate.»

Profumo di spezie e una promessa di birre future
«Inalai il profumo ricco delle spezie che si riscaldavano; ammirai gli utensili scintillanti, l’orologio lucido e decorato con l’agrifoglio, le tazze d’argento disposte su un vassoio pronte per essere riempite di birra calda speziata per la cena.»

Torta quasi a sufficienza
«C’è un po’ di torta per ciascuno di voi, quasi a sufficienza.»

Un cucchiaio di vino  e un complimento
«Le chiese di aggiungere un cucchiaio di vino dalla bottiglia che era sul tavolo; e dopo averne bevuto un sorso sembrò più tranquillo, e le disse che era molto gentile.»

Dolcetti e apatia
«Linton era disteso sull’ottomana, di cui era il solo occupante, e succhiava un bastoncino di zucchero candito, seguendo i miei movimenti con sguardo apatico.»

Un po’ di vino
«Le diedi un po’ di vino.»

Una colazione arrabbiata
«“E il mio denaro” continuò; restituendogli l’occhiata furibonda, e nel frattempo diede un morso a una crosta di pane, ciò che restava della sua colazione.»

Smettere di piangere quasi abbastanza a lungo per mangiare un boccone di oca
«Io ero in attesa dietro la sua sedia, e mi addolorò vedere che Catherine, con gli occhi asciutti e l’aria indifferente, cominciava a tagliare un’ala d’oca che aveva nel piatto. “Che ragazza insensibile” pensai tra me; “con che leggerezza ignora le sofferenze del suo vecchio compagno di giochi. Non avrei mai immaginato che potesse essere così egoista.” Portò un boccone alle labbra, poi lo rimise nel piatto; avvampò, e le lacrime cominciarono a scorrerle sulle guance. Fece scivolare a terra la forchetta e si tuffò in fretta sotto la tovaglia per nascondere l’emozione.»

Pane freddo con le mani
«Su, su» esclamai, mettendogli in mano del pane, «mangiate e bevete, finché è caldo: è in tavola quasi da un’ora.»

Pane senza mani
«Invano gli rammentai del suo lungo digiuno: se si muoveva per toccare qualcosa in risposta alle mie suppliche, se allungava la mano verso un pezzo di pane, le dita gli si contraevano prima di raggiungerlo e rimanevano sul tavolo, dimentiche del loro scopo.»

Pane sporco e una scodella di tè
«Il pagliaccio accanto a me, che beveva il tè da una scodella e mangiava del pane con le mani non lavate, doveva essere suo marito.»

Un vassoio che hanno guardato ma rifiutato
«Joseph prese un po’ di braci nella paletta, e andò: ma la riportò subito indietro, con il vassoio della cena nell’altra mano, e spiegò che Mr Heathcliff stava andando a letto e non voleva niente da mangiare fino al mattino.»

Del porridge in cui hanno infilato una mano
«Il contenuto del tegame cominciò a bollire e lui si voltò per tuffare la mano nella ciotola; immaginai che quella miscela fosse la nostra cena e, dato che ero affamata, decisi che doveva essere mangiabile; quindi dissi, brusca: “Ci penso io, al porridge!”»

Della birra con dentro, boh, dell’avena? Si usava così? La cosa «ricolma» è il boccale di birra, non il tavolo, giusto?
«Joseph sembrava in una sorta di eliso, solo, vicino al focolare scoppiettante; un boccale di birra sul tavolo al suo fianco, ricolmo di grossi pezzi di biscotto d’avena.»

Tè bevuto da un piatto
«Dapprima rimase in silenzio, ma non poteva durare: era determinata a fare del cuginetto il suo piccino, come lo voleva lei; e cominciò ad accarezzargli i riccioli e a baciarlo sulla guancia e a offrirgli il tè nel piattino, come a un bambino piccolo.»

Faceva schifo, e non aggiungo altro
«Preparai un pasto alquanto tetro, e mi congedai presto.»

La promessa di tante mele quante ne entrano nella tasca di un uomo, quindi massimo tre
«Promise di riempirsi una tasca di mele e pere per me, poi baciò i suoi figli, salutò, e partì.»

Una brocca di latte da cui hanno bevuto
«Era un pastone grumoso, in effetti, quando lo versai nelle scodelle; ne avevano portate quattro, insieme a un gallone di latte fresco dalla latteria. Hareton afferrò subito la brocca e cominciò a bere, sbrodolando dalla bocca aperta. Reclamai e richiesi che lo bevesse da una tazza; non potevo certo assaggiare quel latte dopo un tale trattamento.»

Neanche per porridge
«Mentre [Heathcliff] parlava, Joseph tornò portando una ciotola di porridge al latte, e la piazzò davanti a Linton che rimestò lo sgradevole intruglio con aria disgustata, dichiarando che non sarebbe riuscito a mangiarlo.»

Proprio no
«Non posso consumare la cena».

Nessuna di queste cose è cibo, a dirla tutta
«“Non mi nominare sua madre” disse il padrone con rabbia. “Dagli qualcosa in cui affondare i denti e basta. Cosa mangia di solito, Nelly?”
Io suggerii del latte bollito, o del tè; e alla domestica fu ordinato di prepararli.»

Un’altra volta no
«Non mangerei o berrei qui neanche se stessi morendo di fame.»

Non so cosa sia, ma dal contesto deduco che sia una cosa terribile
«Mi disse di darle da mangiare soltanto siero di latte e porridge annacquato.»

Bleah
«Il pasto durò a malapena dieci minuti. La tazza di Catherine restò vuota: non riusciva a bere né a mangiare. Edgar aveva creato un intruglio nel suo piattino e ne trangugiò appena un sorso.»

Non-vino
«“Vuoi un bicchiere di vino?”
“No, grazie.”»

Pane tostato seguito da svenimento
«Non dissi niente e le portai un po’ di tè e del pane tostato. Mangiò e bevve con appetito prima di lasciarsi affondare di nuovo nel cuscino.»

Niente formaggio e neanche un po’ di torta
«La sua torta e il suo formaggio restarono sul tavolo tutta la notte, per le fate.»

Rinchiusi in un abbaino
«Spediscilo in soffitta finché il pranzo non sarà concluso.»

Frutta frustrante
«Ha spiccato un balzo verso il frutto; io l’ho sollevato più in alto.»

Buono da morire
«Devi accudirlo, Nelly: nutrirlo con zucchero e latte, e prendertene cura giorno e notte.»

Acqua ghiacciata e collera
«“Da quanto mi sono rinchiusa qui?” chiese, rianimandosi all’improvviso.
“Era lunedì sera” risposi, “e ora è giovedì notte, o meglio, al momento, quasi venerdì mattina.”
“Cosa? Della stessa settimana?” esclamò. “Così poco?”
“Anche troppo per tirare avanti ad acqua fredda, cattivo umore e nient’altro”, osservai.»

Chi me lo fa fare?
«Nelly, uno strano cambiamento si avvicina; al momento mi ritrovo nella sua ombra. Mi interessa così poco la vita di ogni giorno che a fatica ricordo di bere o mangiare.»

Ho già detto che non volevo niente
«Poiché non accennò a scendere per colazione al mattino seguente, andai a chiederle se voleva che le portassi qualcosa. “No!” rispose con decisione. La stessa domanda fu posta all’ora di pranzo e a quella del tè.»

Allucinazioni
«Da quel momento si è rifiutata di cibarsi, e ora oscilla tra il delirio e uno stato simile al sogno: riconosce quelli che la circondano, ma ha la mente piena di strane idee e illusioni di ogni tipo.»

Morte canterina
«Dall’ora di pranzo a quella del tè giaceva nella sua culla dondolata dal vento e non faceva altro che cantare vecchie canzoni.»

Una maledizione pura e semplice
«Oh, spero che tu muoia di inedia in una soffitta!»


(Puoi leggere il testo originale su The Toast)


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Incipit # 6 – Il piano di Mr Salteena, di Daisy Ashford

Mr Salteena era un uomo anziano di 42 anni e gli piaceva chiedere alle persone di fargli compagna. C’era una ragazza piuttosto giovane di 17 anni che gli faceva compagna e si chiamava Ethel Monticue. Mr Salteena aveva i capelli corti e scuri e i baffi molto neri e arricciolosi. Era di dimensioni medie e aveva gli occhi azurri molto chiari. Aveva un abito marrone chiaro ma di domenica ne aveva uno nero e tutti i giorni metteva il cappello a cilindro perché gli sembrava più appropiato. Ethel Monticue aveva i capelli biondi raccolti in cima alla testa e gli occhi azurri. Aveva un vestito di velluto azurro con le maniche un po’ corte, ormai. Aveva un cappello di paglia nero e guanti di capretto.

Una mattina Mr Salteena scese a colazzione e scoprì che Ethel era già scesa che era strano. È già pronto il tè Ethel chiese stropicciandosi le mani. Sì disse Ethel ed è arrivato per voi un pacchetto di una forma molto bizarra.

(traduzione di Dafne Calgaro)


Mr Salteena was an elderly man of 42 and was fond of asking peaple to stay with him. He had quite a young girl staying with him of 17 named Ethel Monticue. Mr Salteena had dark short hair and mustache and wiskers which were very black and twisty. He was middle sized and he had very pale blue eyes. He had a pale brown suit but on Sundays he had a black one and he had a topper every day as he thorght it more becoming. Ethel Monticue had fair hair done on the top and blue eyes. She had a blue velvit frock which had grown rarther short in the sleeves. She had a black straw hat and kid gloves.

One morning Mr Salteena came down to brekfast and found Ethel had come down first which was strange. Is the tea made Ethel he said rubbing his hands. Yes said Ethel and such a quear shaped parcel has come for you.

The Young Visiters or, Mr. Salteena’s Plan, Daisy Ashford


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Incipit # 5 – Papà Gambalunga, di Jean Webster

Il primo mercoledì di ogni mese era una Giornata Davvero Terribile – una giornata da attendere con timore, sopportare con coraggio e dimenticare alla svelta. Ogni pavimento andava lucidato, ogni sedia spolverata e ogni letto rifatto senza neanche una grinza. Novantasette orfanelle irrequiete andavano strigliate, pettinate e infilate nei loro grembiulini a quadretti inamidati di fresco; e a tutte e novantasette bisognava ricordare le buone maniere, che dicessero «Sissignore» e  «Nossignore» ogni qualvolta un membro del Consiglio di amministrazione avesse aperto la bocca.

Era un momento difficile: e la povera Jerusha Abbott, essendo l’orfana più grande, ne faceva le spese più delle altre. Eppure anche questo particolare primo mercoledì, come i suoi predecessori, era finalmente giunto al termine.

(traduzione di Chiara Reali)


The first Wednesday in every month was a Perfectly Awful Day—a day to be awaited with dread, endured with courage and forgotten with haste. Every floor must be spotless, every chair dustless, and every bed without a wrinkle. Ninety-seven squirming little orphans must be scrubbed and combed and buttoned into freshly starched ginghams; and all ninety-seven reminded of their manners, and told to say, ‘Yes, sir,’ ‘No, sir,’ whenever a Trustee spoke.

It was a distressing time; and poor Jerusha Abbott, being the oldest orphan, had to bear the brunt of it. But this particular first Wednesday, like its predecessors, finally dragged itself to a close.

Jean Webster, Daddy-Long-Legs


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Incipit # 4 – La piccola principessa, di Frances Hodgson Burnett

In una scura giornata d’inverno, mentre la nebbia giallastra aleggiava per le strade di Londra così fitta e densa che i lampioni erano accesi e le lampade a gas brillavano nelle vetrine dei negozi come se fosse notte, una strana bambina sedeva con il padre in una carrozza che procedeva lentamente lungo i viali cittadini.

Era seduta con le gambe ripiegate sotto di sé, appoggiata al padre che la stringeva tra le braccia, e fissava i passanti fuori dal finestrino con aria raccolta, uno sguardo solenne negli occhi grandi.

Era così piccola che nessuno si sarebbe aspettato di vedere uno sguardo del genere sul suo faccino. Sarebbe stato insolito anche per una ragazzina di dodici anni, e Sara Crewe ne aveva solo sette.

(traduzione di Dafne Calgaro)


Once on a dark winter’s day, when the yellow fog hung so thick and heavy in the streets of London that the lamps were lighted and the shop windows blazed with gas as they do at night, an odd- looking little girl sat in a cab with her father and was driven rather slowly through the big thoroughfares.

She sat with her feet tucked under her, and leaned against her father, who held her in his arm, as she stared out of the window at the passing people with a queer old-fashioned thoughtfulness in her big eyes.

She was such a little girl that one did not expect to see such a look on her small face. It would have been an old look for a child of twelve, and Sara Crewe was only seven.

A Little Princess, Frances Hodgson Burnett


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Incipit # 3 – Le avventure di un granello di polvere, di Hallam Hawksworth

Una precisazione

Non voglio che pensiate che mi stia vantando, ma credo davvero di essere uno dei più grandi viaggiatori mai esistiti; e se chiunque, vivo o morto, ne ha passate più di me vorrei proprio saperlo.

Non è che sia stato di persona in tutti i luoghi o che abbia preso parte a tutti gli eventi di cui racconto in questo libro – lungi da me suggerirlo – ma vi chiedo di ricordare quanto a lungo possa sopravvivere un granello di polvere, e con quanti altri granelli di polvere vagabondi e avventurosi si incontri e si mescoli nel corso della vita.

Al cuore dei granelli di polvere più longevi si trova una particella di sabbia, la parte più dura del frammento di roccia da cui nasce. È per questo che persino il fango più fine diventa ruvido quando vi si asciuga sui piedi. Si potrebbe sostenere che più a lungo questi granelli di sabbia sopravvivono, più duri diventino; perché è la parte più dura che resta, ovviamente, mano a mano che il granello si consuma. Inoltre, più piccolo diventa, meno si consuma.

(traduzione di Chiara Reali)


Just a Word

I don’t want you to think that I’m boasting, but I do believe I’m one of the greatest travellers that ever was; and if anybody, living or dead, has ever gone through with more than I have I’d like to hear about it.

Not that I’ve personally been in all the places or taken part in all the things I tell in this book—I don’t mean to say that—but I do ask you to remember how long it is possible for a grain of dust to last, and how many other far-travelled and much-adventured dust grains it must meet and mix with in the course of its life.

The heart of the most enduring grains of dust is a little particle of sand, the very hardest part of the original rock fragment out of which it was made. That’s what makes even the finest mud seem gritty when it dries on your feet. And the longer these sand grains last the harder they get, as you may say; for it is the hardest part that remains, of course, as the grain wears down. Moreover, the smaller it gets the less it wears.

The Adventures of a Grain of Dust, Hallam Hawksworth


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Incipit # 2 – Le avventure di Philippa, di Angela Brazil

«Devo partire per forza?»

«Temo proprio che sia necessario, Philippa! Ti ho tenuta qui fin troppo a lungo. Hai dieci anni, ormai, stai diventando grande, e non sai niente di quello che dovresti sapere. C’è qualcosa che non va, lo sento, ma non so come sistemare le cose. Forse è normale, in fondo non si può chiedere a un uomo di crescere una ragazza tutto da solo.» Mio padre mi lanciò uno sguardo così pieno di sconforto che sarebbe risultato comico se allo stesso tempo non mi avesse fatto un po’ pena.

«Veramente conosco tutti e cinque i postulati di Euclide» gli feci notare, «e anche tutti i verbi irregolari del latino.»

Mio padre scosse la testa.

«E andrebbe benissimo, se fossi un maschio e frequentassi una scuola privata, ma non è certo quello che avrebbe voluto tua madre. La musica non sai neanche cosa sia, non capisci una parola di francese, non balli la quadriglia… per non parlare del ricamo: non sai neppure infilare un ago!»  

L’inventario delle mie carenze era così puntuale che non mi venne in mente nemmeno una scusa, e mio padre continuò.

(traduzione di Dafne Calgaro)


“MUST I really go?”

“I’m afraid it has come to that, Philippa! I believe I have kept you here too long already. You’re ten years old now, growing a tall girl, and not learning half the things you ought to. I feel there’s something wrong about you, but I don’t know quite how to set it right. After all, I suppose a man can’t expect to bring up a girl entirely by himself.” My father looked me up and down with a glance of despair which would have been comical if it had not seemed at the same time somewhat pathetic.

“I can do the fifth proposition in Euclid,” I objected, “and the Latin Grammar as far as irregular verbs.”

My father shook his head.

“That might help you a little if you were a boy in a public school, but it’s not all that your mother would have wished. You’ve not been taught a note of music, you can’t speak French or dance a quadrille, and if it came to a question of fine sewing, I’m afraid you’d scarcely know which was the right end of your needle!”

The list of my deficiencies was so dreadfully true that I had no excuse to bring forward, and my father continued.

The Fortunes of Philippa, Angela Brazil


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Incipit # 1 – Frankenstein; o il Prometeo moderno, di Mary Wollstonecraft Shelley

Lettera 1
A Mrs Saville, Inghilterra
San Pietroburgo, 11 dicembre 17…

Sarai felice di sapere che nessun disastro ha accompagnato il principio di un’impresa che temevi foriera di sventura. Sono giunto qui ieri, e come prima cosa ti assicuro, mia cara sorella, che sto bene e sono sempre più certo del successo della mia iniziativa.

Mi trovo già molto più a nord di Londra, e mentre passeggio per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza del nord che mi carezza le guance, mi tonifica i nervi e mi riempie di gioia. Hai mai provato una sensazione simile? Questa brezza, che ha attraversato le regioni verso le quali ora mi dirigo, mi fa pregustare quei climi glaciali. Animate da questo vento di promessa, le mie fantasie si fanno più vivide e ardite. Cerco invano di convincermi che il polo non sia che un regno di ghiaccio e desolazione; non faccio tuttavia che immaginarlo come un luogo di bellezza e gioia.

(traduzione di Chiara Reali)


Letter 1
To Mrs. Saville, England.
St. Petersburgh, Dec. 11th, 17—.

You will rejoice to hear that no disaster has accompanied the commencement of an enterprise which you have regarded with such evil forebodings. I arrived here yesterday, and my first task is to assure my dear sister of my welfare and increasing confidence in the success of my undertaking.

I am already far north of London, and as I walk in the streets of Petersburgh, I feel a cold northern breeze play upon my cheeks, which braces my nerves and fills me with delight. Do you understand this feeling? This breeze, which has travelled from the regions towards which I am advancing, gives me a foretaste of those icy climes. Inspirited by this wind of promise, my daydreams become more fervent and vivid. I try in vain to be persuaded that the pole is the seat of frost and desolation; it ever presents itself to my imagination as the region of beauty and delight.

Frankenstein; or, the Modern Prometheus, Mary Wollstonecraft (Godwin) Shelley


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