Alien Virus Love Disaster

Fabbrica magica

di Abbey Mei Otis

traduzione di Chiara Reali e Dafne Calgaro

La prima cosa che succede è che della gente con le mascherine da ospedale ci bussa alla porta quando ancora fa buio. Ci radunano fuori dalle case e ci portano a quello che una volta era il campo da football della Paige Clifton Senior High School. Ci fanno spogliare e ammucchiano i vestiti sugli spalti. È agosto, ma la nebbia del mattino non è ancora evaporata e tremiamo. Soprattutto trema Mrs Todd, che ha ottantadue anni. Saremo duecento, tutti quelli che vivono su James Row o sulla Dodicesima più quelli che sono riusciti a tirare fuori dai condomini Amorcito. Ci sono megafoni dappertutto, stato d’emergenza, per favore mantenete la calma, è una questione di ordine pubblico.

Ci spingono nudi nel campo.

Accanto a me ci sono i Naylor, che non escono mai dalla loro casa all’angolo, le sorelle Sherman che conosco da una vita, Trini con il suo bimbo che piange sempre ma adesso sta zitto. Siamo tutti curvi come gamberetti sbucciati con gli occhi sgranati per la paura. «Ma che cazzo succede?», chiede Dean, il mio fratellino, che ha dodici anni e dovrei dargli uno schiaffo perché ha detto una parolaccia ma è in quel momento che accendono gli idranti.

Tutti sollevati da terra, buttati l’uno contro l’altro. Gambe capelli costole unghie. Mrs Todd si piega in due. Dean cade faccia a terra così forte che quasi si spacca il naso nel fango. Voglio gridare ma penso che se aprissi la bocca si riempirebbe d’acqua, tipo una manica a vento in un uragano. Inciampo nel piede bagnato di qualcuno e mi schianto nella terra zuppa. Bocca piena d’erba strappata e ghiaia e melma. Mi giro. Distesa sulla schiena vedo oltre l’ammasso di acqua e corpi. Molto al di sopra di noi sta spuntando il sole. La schiuma che si alza riempie il cielo di arcobaleni. In un giorno normale ormai sarei sveglia. Starei per fare la doccia.

La gente inciampa e mi cade di fianco, mi cade sopra. Gli idranti spazzano via ogni cosa, sporco, pelle, ricordi. Comincio a disintegrarmi, come la terra. Il mio cervello si mischierà col fango. Addio Trini, addio bimbo, addio Dean, avevi proprio ragione, che cazzo succede. Io di certo non lo so.

Gli idranti si spengono.

Gli indumenti saranno inceneriti, dice il megafono. Potete compilare un modulo per il rimborso da parte dell’Ufficio controllo tossine. Entro sette-dieci giorni lavorativi vi verrà recapitato un opuscolo che illustra il processo di follow-up.

Tutti traballanti cerchiamo di tirarci fuori dal fango. Qualcuno si aggrappa a chi gli sta vicino per rialzarsi e scivola giù trascinando anche l’altro. Abbiamo tutti le facce dipinte come soldati in mimetica e qualcuno ha delle strisce rosse di sangue dal naso o di pelle scorticata. Qualcuno dice: «Be’, sarà meglio darsi una ripulita» e qualcun altro ha il coraggio di ridere.

Il posto dove viviamo io e Dean è la metà sinistra del piano terra di una casa quadrifamiliare con il linoleum pure in camera da letto. La chiamano quadrifamiliare ma in realtà le famiglie sono cinque, perché nel seminterrato hanno messo delle assi di compensato intorno alla caldaia e hanno affittato quello spazio in più a una famiglia di immigrati. Come unica finestra là sotto hanno il buco che c’è nel pavimento della nostra cucina, a volte guardo dentro e li vedo tutti ammassati intorno a un fornello elettrico. Davanti alla casa ci sono le erbacce e quel punto dove Mrs Todd non è mai riuscita a far crescere le zucche e un cartello del sindacato piantato da un omino cinque anni fa. Dietro c’è una specie di patio ma nel mezzo le assi hanno ceduto e quindi è a forma di U. Se credi che ci sono altre erbacce sotto il patio sbagli: c’è solo cemento. E oltre il cemento c’è una recinzione metallica e oltre la recinzione c’è questo enorme campo vuoto e in fondo in fondo, nel bel mezzo del vuoto, c’è l’edificio grigiastro che tutti chiamano la Fabbrica magica.

Lo chiamano così perché quel posto mette in piedi degli spettacoli meglio dei fuochi del quattro luglio, e dico sul serio. L’unica cosa in cui forse è meglio il quattro luglio è che sai sempre quando arriva: subito dopo il tre, ovvio. Gli spettacoli della Fabbrica magica sono sempre una sorpresa ma quando cominciano qualcuno lancia un urlo e tutti escono a guardare. Le sorelle Sherman si sono organizzate con delle sedie pieghevoli, gli altri invece stanno in piedi nel cortile dietro casa, oppure appoggiano la faccia contro la recinzione o, i più piccoli, si arrampicano. (Ma non fino in cima, c’è il filo spinato.) Quando la mamma viveva ancora con noi e c’era Benning che le ronzava intorno, lui prendeva in spalla me o Dean per farci vedere meglio. La cosa più bella era quando qualcuno faceva un barbecue la stessa sera di uno spettacolo della Fabbrica Magica. Sei lì che dai un morso a un hot dog e proprio mentre ti schizza in bocca il sugo bollente alzi gli occhi e le ciminiere della Fabbrica sputano brillantini. Dico brillantini ma ogni volta è una cosa diversa. A volte sono distese di colori che volano e pulsano sopra il tetto come un cuore che batte. A volte solo fiumi di stelle che zampillano e si allargano nella notte e poi cadono. Allora tieni l’hotdog con la bocca e stendi le braccia ma proprio quando le stelle stanno per atterrarti sui polsi scompaiono, le stelle scompaiono sempre.

Oppure a volte sei lì che ti tiri via il mais dai denti e all’improvviso l’aria si riempie di rumore. Come una musica ma senza melodia e senza parole, quindi forse non come una musica. È sempre così forte che non riesci a parlarci sopra e fa un po’ male alle orecchie, ma fa anche un po’ male al cuore in un modo che secondo me, sotto sotto, piace a tutti quanti. Come se l’animale più bello del mondo fosse chiuso in una gabbia là dentro. E noi siamo quelli che devono ascoltarlo, e noi siamo quelli che possono ascoltarlo.

Il giorno dopo gli idranti, intorno alla Fabbrica magica c’è un sacco di nastro segnaletico. E in fondo a Marion Street c’è un grosso lucchetto sul cancello che porta al campo vuoto. Il cartello che dice Proprietà del governo federale, Vietato l’accesso è scomparso, e al suo posto ce n’è uno che dice Area dismessa. Sarò sincera, su questa strada non ci vivono certo dei gran geni, ma non c’è mica bisogno di essere un genio per capire che la doccia con gli idranti l’hanno fatta a chi vive nelle case che danno sulla Fabbrica. Anche se uno fosse un pochino – lo so che non dovrei usare questa parola, ma – ritardato ci arriverebbe lo stesso.

La cosa che succede poi è che arriva un’email con un elenco di medicine e un buono da cinquanta sacchi per la farmacia. I consumatori nei seguenti circondari potrebbero essere entrati in contatto con sostanze volatili (si veda circolare 103C). È consigliata la seguente terapia, non approvata dalla Food and Drug Administration.

In farmacia le pillole costano sessantaquattro e quaranta, per cui inizio a contare gli spiccioli.

«Te lo puoi prendere un giorno libero per queste?» dice la signora della farmacia dando un colpetto al flacone.

«Eh?»

«Ti mettono fuori gioco per un giorno. Com’è che le volete tutti? Oh, non vi invidio proprio per niente.»

«Cioè?»

«Se hai delle domande chiama il numero. È sullo scontrino.»

«Ma…»

«Tesoro, la fila è lunga.» La indica ed è vero. Un vecchio e una signora e una donna con un bambino su ogni fianco, e tutti quanti hanno in mano il buono stampato.

Così mentre gli passo accanto mi viene in mente di dire: «Oh, mi sembra di averti già visto da qualche parte. Gridavi ed eri piena di fango, no? Chissà se ti ricordi di me, gridavo ed ero piena di fango pure io». Ma non ride nessuno.

Quando torno a casa trovo il fratellino sul divano. «Dean, non ci credo che ti hanno mandato a casa il primo giorno di scuola.»

Lui alza gli occhi al cielo come a dire be’, ovvio. «Mrs Shipley dice palle. Dice che ero in corridoio quando è suonata la campanella ma non è vero, è lei che ha chiuso la porta prima. Me l’ha sbattuta in faccia appena mi ha visto arrivare. Perché mi odia così tanto?»

«Smettila con le scuse e dimmi cos’è successo. E subito.»

«Ha detto che battevo alla porta e la minacciavo. Certo, Mrs Shipley, mi interessa proprio la tua stupida aula studio, come no. Non me ne frega un cazzo invece. Quella mi odia.»

«Se dici anche solo un’altra parolaccia giuro che… dai, non ti odia. Sei tu che ti metti nei casini da solo.»

Invece di starmi a sentire si raggomitola tutto, un fascio di arti dinoccolati. Si gratta la pianta del piede nudo, stacca un pezzo di callo e lo lancia sul tappeto.

«Oddio Dean che schifo tira su quella roba!» Gli do in testa il sacchetto della farmacia e lui sparisce in bagno.

Adesso sono sola. La stanza è silenziosa. Non fa rumore neanche la famiglia del seminterrato. Il sole del tardo pomeriggio fa diventare tutto d’oro, anche le scaglie di pelle morta sul pavimento. Metto in fila sul tavolo i flaconi delle pillole. Hanno tutti dei nomi lunghi pieni di X e Z, e so che vuol dire che è roba scientifica ufficiale ma comunque mi mette ansia. Sulle etichette c’è scritto di non assumere a stomaco vuoto così metto due hamburger nel microonde. «Dean? Vieni fuori. Devi prenderle anche tu ’ste pillole!» Non risponde, così conto le pillole per me, le metto in fila sul palmo della mano. Piccole lune azzurre, cerchi rosa, ovali bianchi e arancioni. Un respiro profondo e poi le prendo tutte insieme. Le butto giù con del succo rosso bevuto a canna, così dolce che per un attimo non riesco quasi a respirare.

«Dean? Dai, vieni qui.»

La porta del bagno rimane chiusa.

***

Al mattino c’è troppo da fare. C’è da chiedere se abbiamo abbastanza minuti sulla prepagata, abbastanza soldi sul conto, dov’è la carta di credito, l’altra carta di credito, se Dean ha l’abbonamento dell’autobus, lo zaino, le scarpe, i compiti. C’è da chiedere se qualcuno ha prenotato una manicure, lo so che fa ridere ma io ci spero ancora, in questa cosa di mettermi in proprio. Posso fare tutte queste cose insieme, il multitasking non ha segreti per me, ma è come ballare, se mi incasino non riesco a ricominciare.

La cosa che succede stamattina, proprio mentre sto contando gli spiccioli per dare un dollaro a Dean, è: dolore. Un dolore mica da ridere. Come se qualcuno mi avesse annodato le budella con una mano e poi avesse tirato. Caccio un urlo in faccia a Dean e al posto della moneta gli sputo un grumo sulla mano aperta.

«Che cazzo, sorellona?» Ma non riesco a fare altro che piegarmi in due e fare dei versi come se qualcuno mi stesse tirando fuori una sega dalla gola. Ho un grosso pitone che mi stritola dentro. Ho un gatto aggrappato tra le gambe. Tremo e strillo ancora e vedo Dean che mi fissa con la bocca spalancata e il mio sputo ancora nel palmo.

«Noma, tutto… ?»

Sembra più piccolo quando ha paura. Qualcosa di caldo mi cola nelle mutande e mi sa che per stavolta non voglio il suo aiuto.

«Va tutto bene. Fammi passare.»

Non so come, arrivo in bagno e mi tiro giù i jeans e wow che casino le mutande. Gelatina ruggine e rosa e rosso acceso sulle gambe. Riesco solo a lasciarmi cadere sul water e appoggiare la testa alle ginocchia. Il dolore arriva a ondate e mi mordo la base del pollice perché Dean non mi senta urlare. La saliva mi cola sul polso.

Mi strappo il panico dal cervello e cerco di rallentare il respiro. Dalla finestra in alto filtra una luce azzurra. C’è il gocciolio del rubinetto che perde e il sospiro della cassetta del water e nessun altro suono. L’odore immagino sia lo stesso che c’è in una caverna. Appoggio la fronte sul fresco della tavoletta del water e sbircio tra le gambe. I crampi rendono tutto sfuocato come vaselina sull’obiettivo di una macchina fotografica. Tutte le cose che stavo cercando di finire scompaiono. Nient’altro da fare se non inspirare, espirare, e guardare il sangue che mi esce fuori a fiotti.

***

Quando Dean socchiude la porta del bagno e guarda dentro sono un gomitolo immobile sul pavimento, i pantaloni ancora alle caviglie. Mi infila le mani sotto le ascelle e mi solleva come una bambina.

«Dean? Hai saltato scuola?»

Non dice niente. Prende un asciugamano e fa scorrere l’acqua finché è calda. Raccoglie i miei vestiti rovinati e li porta via.

Sto a mollo nella vasca finché non smetto di tremare. Poi dico a Dean di andare a prendere i flaconi sul tavolo. Continua a non parlare.

«Svuotali nel water.»

Non chiede perché. La tazza è cosparsa di costellazioni pastello. Penso che per essere così piccole quelle cose hanno dei nomi belli lunghi. Penso alle costellazioni che salivano dalla Fabbrica magica. Penso agli spruzzi degli idranti che hanno riempito i nostri corpi di lividi e il cielo di arcobaleni. Tiro la leva, lo scarico gorgoglia e scompare tutto quanto.

***

«Col cazzo che le ho prese.»

Siamo io, Trini, sua cugina e Georgia Sherman, sedute sotto il portico davanti a casa di Georgia, e io sto facendo le unghie alla cugina di Trini. Trini fa saltellare il suo bimbo sulle ginocchia e spiega perché non ha preso le pillole. «Lo allatto ancora, sai? Cioè io sono per lo svezzamento naturale. E non prendo niente se non me lo dice il mio dottore. E be’, lo sai che è un anno che aspetto che mi richiami, quindi…» fa schioccare la lingua, basta.

Io penso dài Trini, ma se gli davi da mangiare le crocchette di pollo quando non aveva ancora i denti. Però sono contenta che sia d’accordo con me sulle pillole, così non dico niente e continuo a sistemare le cuticole di sua cugina.

«Io invece le ho prese» dice Georgia con quel tono che ha lei, del tipo sono troppo vecchia e non ho tempo per queste cose. «Tanto per andare sul sicuro. Non dicono nemmeno cosa ci è successo. Però mi sa che mi hanno fatto reazione. Mi è venuto questo.» Si tira su la maglietta. Sopra il fianco ha un bozzo rosso largo come un quarto di dollaro. Trini sta per dire: «Ecco, vedi, cosa ti avevo detto?» ma poi guarda bene e fa: «Oh. Ma… ma ce ne ho uno anch’io».

Il suo è sulla schiena, in basso, a destra della spina dorsale. «Che strano, eh?»

Sto mettendo la base trasparente ma mi fermo e le chiedo se posso toccarli. Sono duri e tondi, come se avesse delle palline da ping pong sotto la pelle. Trini ridacchia. «Cavolo Noma mi fai il solletico.»

Poi mi tiro su la maglietta e faccio vedere i tre bozzi che ho sullo stomaco e Trini smette di ridere. «Ma che… Ma che… Oh, cazzo.»

La cugina di Trini viene dalla costa e ci guarda con una faccia del tipo non voglio neanche sapere che cavolo succede da queste parti. Faccio per prenderle la mano per finire di metterle lo smalto e prima di darmela ha un attimo di esitazione.

Il sole sta tramontando e rende il cielo così bello che bisognerebbe metterlo in un museo. Faccio sparire le unghie di quella cugina sotto tre strati di Copper Wildfire. Nessuno si alza per andare nel cortile sul retro. Niente più spettacoli di magia, per noi. Non ce lo siamo mai detti, lo sappiamo e basta.

***

Cioè, te lo aspetti, che la vita sia dura. Sai che ci saranno sempre le bollette e i padroni di casa, la mamma avrà sempre dei fidanzati viscidi e le amiche finte ti pugnaleranno sempre alle spalle. E pure quando ti licenziano dal salone di bellezza dopo due anni e non eri mai nemmeno arrivata in ritardo a parte una volta, anche lì non ti sorprendi più di tanto. Ma avere questi strani bozzi che ti spuntano su tutto il corpo, e poi si moltiplicano e diventano più grandi… ecco, una cosa così proprio non te l’aspetti.

A questo punto io ne ho nove e Dean quattordici. Non lo so quanti ne hanno gli altri perché sarebbe strano andare in giro a contarli, ma di certo un bel po’. Su James Row non si vede quasi più nessuno seduto davanti a casa. Dean ha smesso di inventarsi scuse per saltare la scuola. Forse dovrei arrabbiarmi ma è come se la parte di me che si arrabbia fosse rinsecchita e avesse preso il volo. Invece oggi pomeriggio faccio, dai, viziamoci un po’, perché no. Ce ne andiamo in quel posto da asporto sulla statale e prendiamo riso fritto coi gamberetti e alette di pollo e patatine piccanti e non aspettiamo neanche di tornare a casa prima di metterci a mangiare. Ci ficchiamo il riso arancione in bocca con le mani.

Dean si pulisce le dita sulla maglietta e sfrega il bozzo gonfio che ha sul collo. Poi fa cadere le mani lungo i fianchi e guarda i tir che corrono lungo la statale. «Una cosa del genere non è mai successa.»

Ha la voce così vuota che ingoio un gamberetto intero senza neanche masticarlo. Vado avanti a tossire ancora un po’ perché sto pensando a cosa rispondergli. «Dai, non lo puoi mica sapere. Magari da qualche parte c’è un dottorone che passa il tempo a studiare questa roba. Magari lo troviamo e ci mette a posto.»

Dean non distoglie lo sguardo dalla statale. «Ma davvero, sorellona? Pensi che mi sono spuntati i bozzi pure sul cervello?»

«Ma smettila. Stavo solo cercando di pensare positivo. Che ne so.»

Finiamo il riso fritto senza parlare. Attacchiamo con le patatine. Ci sfrecciano accanto un sacco di macchine. Chissà cosa penserebbero se rallentassero per guardarci. Se vedessero cosa abbiamo sotto ai vestiti.

«Nah» fa Dean, «questa roba è nuova. Dobbiamo pensarci in un modo tutto diverso.»

«Tipo mettendoci le patatine nel naso?»

«Eh?» Ma è troppo distratto e gliene infilo una per narice prima che possa schivarmi, e poi è come quando aveva sei anni e io dodici e si mette a gridare: «Sono il mostro di patatine! Il mostro di patatine!» e facciamo a gara a chi arriva primo a  casa.

Mi semina sulla collina, è più veloce di me anche con quattordici bozzi, e mentre cammino verso casa col fiatone vedo una macchina parcheggiata all’angolo tra James Row e Marion Street. Una piccola berlina, rossa e lucida come un giocattolo, senza tubo di scarico; da queste parti nessuno ha una macchina così. Mi fermo un attimo a guardarla ma poi Dean mi urla di andare ad aprire la porta, e vado.

***

Per un po’ Trini si è vista con uno, ma lui adesso le ha detto che non viene più. Tanto per non rischiare, dice.

«Che razza di verme, eh?» Trini si tiene gli occhi aperti con le dita. «Di certo non mi metto a piangere per quello lì.»

Le tolgo le mani dagli occhi. Prendo la vaschetta per la manicure e le metto le dita a bagno nell’acqua calda. «Sinceramente mi sa che ti è andata bene. Cioè se dovevo scommettere su chi dei due attaccava una malattia all’altro, non avrei scommesso su di te. Se posso, eh? »

«Ah, e dovrei sentirmi meglio?»

«Eh sì.»

«Sai una cosa Noma? A volte sei un po’ stronza.» È seduta in punta al divano perché ha tutta la schiena coperta di bozzi, tipo montagnette. «Il verme ha detto che era per “istinto di sopravvivenza”» continua lei. «Ha detto che non posso mica fargliene una colpa, se ascolta l’istinto di sopravvivenza.»

Il bimbo è seduto sul pavimento davanti a lei. Ha un bozzo solo, in mezzo alle scapole. Sembra che gli debbano spuntare le ali da un momento all’altro. Tolgo le mani di Trini dalla vaschetta e comincio a farle un massaggio ai polsi. Passo le dita sui tendini del dorso della mano, li sento scorrere sopra le ossa. Sono in piedi perché coi bozzi sullo stomaco faccio fatica a piegarmi. I globi che crescono tendono la pelle e la rendono lucida. A volte mi sembra di sentirli che grattano uno contro l’altro dentro di me.

«Sono anche, non so, eleganti, no?» fa Trini. «Cioè, meglio di un tatuaggio o roba simile. E poi, sul serio, molto meglio che essere incinta. Senza offesa, bimbo.» Gli fa il solletico ma lui respira male, il bozzo gli occupa praticamente tutta la schiena. Le metto la crema idratante sulle nocche, massaggio ogni dito, tutte e due abbiamo le mani profumate di melone e cetriolo. Poi quasi senza pensarci stendo la mano e accarezzo il bozzo sotto la spalla di Trini. La pelle scorre un pochino sulla cupola dura. Li immagino tutti nascosti nell’oscurità dentro di lei, diamanti grossi come palle da baseball sepolti nella terra nera. Bozzi incandescenti di materia stellare sepolti nello spazio nero.

***

Ora che l’ho vista una volta la vedo tutti i giorni, la macchinina rossa parcheggiata in Marion Street. Stavolta è proprio davanti al cancello chiuso con il nastro segnaletico, e attraverso il lunotto posteriore vedo una sagoma ferma, seduta dritta al posto di guida.

Vado sul marciapiede di fianco e picchietto sul finestrino del passeggero. «Che ci fai ancora qua?»

Dentro c’è un tipo che sembra un prato andato in malora. La camicia spiegazzata e abbottonata storta, la barba a chiazze. Quando busso la testa gli fa un sobbalzo. «Eh? Cosa?»

«Eh già, cosa. Che ci fai ancora qui?»

Ha gli occhi grandi e scuri come buchi e muove la bocca senza dire niente.

«Cos’è, non mi senti? Magari se apri un po’ il finestrino…»

Esita a lungo poi, senza togliermi gli occhi di dosso, schiaccia il pulsante e fa scendere il finestrino.

«Meglio. Senti, ero solo curiosa, okay? Cosa ci fai qui?»

«Scusa.» Porta il pollice alla bocca e morde l’unghia. Non ha ancora sbattuto le palpebre una volta. «Non so di cosa stai parlando.»

«Lavoravi là dentro.» Indico la Fabbrica magica. «Ti vedevo entrare con la macchina. E poi la mia amica Trini faceva la guardia al primo turno, in quel gabbiotto lì. Ma va be’, adesso è chiusa. E allora cosa ci fai ancora qui?»

Alza piano le mani, tende i palmi come se il volante stesse per fargli un regalo. Poi con un movimento preciso, meccanico, appoggia la faccia su quei palmi.

Mi tengo alla portiera e uso l’unghia di un alluce per grattarmi l’altra caviglia che prude. Aspetto.

Fa scendere le mani di qualche centimetro. «Non lo so. Me lo chiedo anch’io. È come se… se non riuscissi a rassegnarmi.»

«In che senso?»

«Ero un ricercatore. Stavamo studiando…» Poi gli cambiano gli occhi come se ricordasse altre cose di me. «… Ma tu lo sai già. Devi averli visti.»

«Gli spettacoli di magia? Sì.» Appoggio i gomiti sulla portiera e mi sporgo dentro la macchina. «Parla.»

Comincia a ridere. «Sparito tutto. Puf! Io non ci ho mai lavorato, lì. Mi sa che la memoria ti gioca brutti scherzi. Controlla pure i registri, non c’è mai stato nessun laboratorio.»

Non capisce proprio. «Senti, ricerca-tizio, non ho molto tempo.» Mi spingo ancora di più nella macchina e sento odore di cose non lavate. «Scommetto che voi non li chiamavate spettacoli di magia.»

«Usavamo parole più lunghe. Pensavamo di capirli meglio, così.»

«E invece no.»

«No.»

«Non avevate capito un cazzo.»

Stende una mano verso la mia faccia, ma si ferma a metà strada e non riempie la distanza. «Guardati. Ti splende dentro. Lo vedo persino io.»

Quei buchi scuri che ha al posto degli occhi si allargano come se volesse osservare ogni mio centimetro. Cerco di immaginarmelo con il camice bianco, stirato e sbarbato. Probabilmente una volta avrei avuto paura a parlare con uno così, il che mi fa quasi ridere. Cioè, pensa di passare tutta la vita ad aver paura di guardare in faccia Dio, e poi lo guardi e ti accorgi che è solo un’altra combinazione di occhi-naso-bocca, un’altra macchia da imparare in un minuto, da ricordare o dimenticare senza tanta fatica.

Invece sibilo. «Se adesso ti tiro fuori dalla macchina e ti sbatto la testa sul marciapiede e la prendo a calci, che fai, ti difendi?»

Scuote la testa e sento dei pezzettini secchi sbatacchiare nel suo corpo cavo. «No.»

«Cambierebbe qualcosa?»

I suoi occhi cercano i miei e nello spazio tra noi c’è la risposta, non detta.

«E allora perché non ci lasci in pace, eh? Non l’avete fatto, prima. Adesso potreste anche farlo.»

Trasale. «Io… io volevo che sapeste. Dovevo dirlo a qualcuno. Per quel che vale. Mi dispiace. È stato un errore. Mi dispiace tanto.»

***

In pratica ormai non dormo. Più che altro sto a letto, sudo e mi immagino forme nel buio. Una volta, nel punto più profondo della notte sento uno strano rumore che viene dal salotto. Una specie di cantilena tremolante. Convinco i miei globi ad assumere una posizione eretta e raggiungo a tentoni il salotto. Dean è seduto sul divano letto e sta tremando. Accendo la lampada e vedo che ha la faccia lucida di lacrime.

«Fratellino? Stai bene?»

Riesce a malapena a far uscire le parole tra i singhiozzi. «Era solo… un sogno.»

Non lo vedevo piangere così da quando aveva tre anni. «Oh, shh. È tutto a posto. Era solo un incubo. È finito.»

Piange ancora, ma riesce a scuotere la testa. «Non… non era… non era un incubo.»

«Ah no? E cos’era?»

«Era così… bello.»

«Ah. Meglio così, allora, no? E cos’è che era così bello?»

Tira su col naso un sacco di muco. Si asciuga la faccia sull’orlo della mia maglietta. «Le cose… le cose che ci stanno crescendo dentro. Si stanno preparando a uscire.»

Ed è come se avessi un buco al posto delle budella, e meno male perché se no vomitavo. «Ma io… io non ho mai detto che…»

Ha smesso di singhiozzare e adesso sta ridendo molto piano. «Noma vorrei che la smettessi di trattarmi come se puzzassi ancora di latte. Non serve mica a niente. Lo sentiamo tutti quanti. Siamo noi le Fabbriche magiche, adesso.»

***

La mattina seguente Dean non c’è più. Adesso sta quasi sempre vicino ai cassonetti fuori dal condominio Amorcito, a passarsi le canne coi teppistelli dei casermoni. Ho sempre pensato che quei ragazzi avessero gli occhi spenti ma va be’, probabilmente anche noi. Vado fino a lì e lo trovo che sta aggredendo un ragazzino pallido che ha più bozzi di chiunque io abbia visto.

«Cos’è, sei triste? Ti sembro uno strizzacervelli, io?» Tra una frase e l’altra, Dean prende a calci il cassonetto. «Non c’è niente di cui essere tristi. Non c’è mai stato niente come noi. Siamo il livello successivo. Tutto il mondo dovrà prestarci attenzione.»

Il ragazzino smunto mette insieme una risposta a fatica. «Lo so. È solo che. È solo che ho paura. Ogni tanto. Se ci penso…»

«Paura?» Dean addolcisce il tono. «Lo so. Ma non puoi avere paura. Devi accettarlo. Pensa a com’è bella una farfalla». Mi vengono i brividi a sentirlo parlare come un adulto con la voce che traballa ancora tra alti e bassi. La voce che mi pregava di portarlo alle fontane o mi chiamava per farmi vedere un insetto strano che aveva trovato. È alto quasi un metro e ottanta, adesso, anche se non sembra. È tutto un groviglio di gomiti e stinchi e pomo d’Adamo e capelli che non vedono l’acqua da un pezzo. Così magro che i suoi bozzi risaltano ancora di più. Stende la mano e accarezza la testa bozzuta del ragazzino. «Quando vedi la farfalla capisci perché il bozzolo mentre si squarcia, si rallegra.»

***

Mentre si squarcia si rallegra, mentre si squarcia si rallegra, inizio a camminare e le parole mi sbattono nel cervello, sempre più veloci mentre accelero anch’io. Punto dritto alla macchinina rossa davanti al cancello del laboratorio, col sangue che mi ribolle nelle orecchie. La portiera del lato passeggero è aperta, ovvio che è aperta, io entro e me la sbatto alle spalle. Guardo dritto davanti a me. Fuori il sole sta scendendo e il cielo è un campo calmo di sorbetti alla frutta.

Dopo un attimo dice: «Sta succedendo qualcosa? Ti senti diversa?».

Eh, lo sapevo che me l’avrebbe chiesto, e volevo che lo facesse, ma adesso mi fa solo incazzare. Con la coda dell’occhio vedo che ha le mani sulle cosce; si gratta la cuticola di un pollice con l’unghia dell’altro.

«Puoi descrivermi che sensazioni hai nell’addome in questo momento?»

Allora lo guardo. «Dici sul serio?»

«Se riesci a dirmi cosa senti, forse posso fare un’ipotesi sull’evoluzione del…»

«Cristo, signor scienziato, che cazzo ne so.» Scalcio via i sandali e piazzo i piedi sul cruscotto. «Cosa aspetti a partire?»

Per un attimo sta fermo e zitto, poi mette in moto. L’accensione fa meno rumore di un rasoio elettrico. Nello specchietto laterale la Fabbrica magica scivola via dietro di noi. Non dico niente finché non siamo sulla rampa della statale. «Vuoi sapere cosa sento? Sento una gran voglia di vedere un bel posto. Ti viene in mente qualche posto così? Dove ti pare, ma che sia davvero bello, cazzo.»

***

Siamo sulla riva di un fiume. L’acqua è torbida e piena di isole galleggianti fatte di pezzi di legno e fango e ciabatte di gomma smarrite. Sull’argine opposto le fiamme color rame del tramonto lambiscono gli alberi. Espiro, e sento scorrermi fuori qualcosa più dell’aria.

Lo scienziato mi sfiora il polso con le unghie mangiucchiate. «L’hanno trovato qui vicino, sai. In un campo. Non chissà dove. Non nello spazio. È caduto proprio qui. E ci sentivamo così fortunati… eravamo quelli che hanno potuto dargli un nome. Potevamo fare qualcosa di meraviglioso per l’umanità. Non eravamo cattivi.» Si gira verso di me. «Se avessi l’opportunità di toccare qualcosa di completamente sconosciuto, qualcosa che non è di questo mondo… non lo faresti?»

Tengo gli occhi fissi su quegli alberi infuocati. «Non ho avuto scelta.»

Come se l’avessi colpito, dice: «Giusto».

Restiamo lì per un bel po’, uno di fianco all’altra. Lui continua ad aprire e chiudere la bocca. Alla fine dice: «Vorrei che l’avessi visto, era bellissimo».

Nella sua voce c’è qualcosa che riconosco. Una fame che combacia con la mia. Cioè, forse se ci divorassimo a vicenda, se ci infilassimo l’uno nelle budella dell’altro, troveremmo pace tutti e due.

Mi mette una mano sulla vita e quando sente i bozzi non fa una piega. Mi appoggia due dita sulla faccia. «Sei bellissima.»

Comincio a tremare. «Sarà meglio che mi riporti a casa.» Mi sento piena di fuoco, mi sento intoccabile, penso no, no, non può baciarmi, sarebbe come baciare il filo di una lama arroventata.

Le nostre labbra si toccano.

Mi infila una mano tra le gambe. Sussultiamo insieme. Mi bacia il collo.

«Non ti meriti questo dolore» dice alla mia pelle, «non ti meriti tutto questo. Ti prego, lascia che…»

Una parte di me piccola e triste pensa che si stia offrendo di cancellare tutto. Ma lo so che è una speranza stupida e fragile, che quel potere non ce l’hanno né Dio né Gesù, e di certo non ce l’ha uno scienziato qualsiasi. Eppure. È un pensiero così dolce che mi ci voglio abbandonare.

Mi toglie i vestiti sulla riva del fiume. Lo tiro o mi spinge contro un albero. La corteccia mi graffia la schiena e tremo come in quel freddo mattino di agosto di tanto tempo fa. Dentro, il mio cuore spara sangue. Ogni battito spinge i globi contro la pelle. Lo scienziato mi fissa per un attimo e penso che si sia dimenticato come si fa a respirare. Poi mi stringe a sé, mi dà dei baci umidi in mezzo al petto, scende a baciare ogni costola, il ventre. Le sue ginocchia affondano nel fango.

«Bellissima, bellissima.» Con il fiato mi fa il solletico sulla pancia. «Mi dispiace, mi dispiace tanto.»

Bacia i bozzi, sfiora con le labbra l’esterno di ogni globo. Sotto i suoi baci, si scuotono. «Chi mai meritava di vedere tanta bellezza?» Ci appoggia una guancia, ci strofina il naso. «Io no di certo, io non lo merito.»

Guardo oltre il fiume anche se ormai il sole è quasi tramontato e gli alberi infuocati si stanno spegnendo. Il fiume scorre freddo e rapido sotto la superficie pigra. Una volta, quand’ero piccola, mi avevano portato qui, ci hanno spiegato il ciclo dell’acqua. Lo scienziato mi entra dentro come una supplica, come se da qualche parte nel mio centro ci fosse la promessa della sua assoluzione. Non smette di cercarla.

***

Quello che succede la settimana seguente è che troviamo dei foglietti azzurro pallido appiccicati alle porte. Gli immobili nell’area indicata sono stati dichiarati inagibili. Con il presente atto la proprietà viene trasferita a un consorzio di bonifica. Gli attuali residenti dovranno lasciare l’immobile entro due settimane dalla data di notifica.

So che una volta una cosa così mi avrebbe fatta incazzare. Avrei guardato l’appartamento – la vista dalla finestra e il punto dove Dean è finito con i rollerblade contro la porta e la foto della Tour Eiffel che ho attaccato al muro – e sarei impazzita all’idea di andarmene. Adesso invece è come se qualcuno mi stesse urlando qualcosa da molto lontano, quasi troppo lontano per sentirlo, e non capisco proprio perché dovrebbe essere importante.

«Cioè, ci tirano giù la casa?» dice Trini dal divano. Trini non si alza più dal divano. Poi comincia a ridere e non la smette più, con quella risata che ormai sembra un grugnito.

Dean e io iniziamo a imballare le nostre cose. O almeno, credo, ma in realtà non capisco se stiamo combinando qualcosa o no. Continuo a mettere roba nelle scatole e tirarla fuori e piegarla di nuovo. Dean trova i vestiti della mamma stipati su una mensola in alto e li tira giù tutti, una valanga vaporosa di rayon e poliestere che gli finisce in testa. Affonda la faccia nei suoi vestiti, aspira come se volesse risucchiare la stoffa nei polmoni. Per strada ci mostriamo gli avvisi azzurri a vicenda, chiediamo agli altri dove hanno intenzione di andare, scuotiamo la testa. Una cosa è cambiata, ci tocchiamo di più. Persino con la gente che conosco a malapena, invece di dire ciao ci passiamo l’un l’altro i palmi sulle colline sottopelle. Ci muoviamo come sonnambuli, ci muoviamo come se fossimo sul punto di svegliarci.

L’unico che non si comporta come in sogno è Dean. Sta in piedi sugli spalti del campo della Paige Clifton con addosso una delle vecchie camicie da notte della mamma. I ragazzini con lo sguardo spento si ammassano sull’erba di fronte a lui, cercano di sfiorare un lembo di tessuto.

Grida: «Siamo le madri della nuova creazione! Sentite il potere che vi cresce dentro? Perché pensate che vogliano scacciarci?»

La sua faccia è ineffabile. Sempre più gente si ferma a bordo campo ad ascoltare.

«Ci temono. Temono i nostri figli.» Alza la voce, che diventa uno strillo. «Possono allontanarci da qui, ma ci disperderemo in tutto il paese! Ci disperderemo in tutto il pianeta! Quando arriverà, arriverà per tutti noi e non potrà essere negato, e ogni luogo in terra conoscerà la nostra gloria!»

Tutti quelli che ascoltano iniziano a urlare e dondolarsi. Sale la brezza e la camicia da notte della mamma si gonfia intorno a Dean e si riempie di luce e la sagoma del suo corpo magro e pieno di bozzi si intravede dietro il tessuto bianco. Davvero non ci capisco più niente, che ne so, potrebbe essere il mio fratellino o potrebbe essere una dea nata al centro del sole discesa ad attraversare con noi il fuoco di questi ultimi giorni.

***

Nell’ultima notte che passiamo nella quadrifamiliare, esco nel cortile sul retro. Non è passato poi tanto tempo da quando stavamo qui a fare casino sperando che la Fabbrica magica cominciasse. Niente più luci, niente più brillantini. Solo il cielo nero, sporco di stelle normali. Per ognuna che conto, ce n’è un’altra. Per ogni mondo che ti delude ce n’è un altro, e un altro ancora, a prometterti la redenzione. È strano guardarle dal basso. Tremolano e pulsano e dal mio interno rispondono altre pulsazioni e so senza saperlo che quello che ho dentro è la stessa cosa che c’è lassù. Di me non rimane che un sottile confine di pelle tra due campi stellari.

Cioè, quando penso alla mia vita non c’è molto che ho potuto scegliere. Più che altro ho fatto delle cose perché se no ci sfrattavano o perché c’era un buono sconto e non ho mai sprecato tempo a farmi prendere dal panico. Ma adesso provo una sensazione nuova, come se qualcosa si fosse allentato e io nemmeno sapevo fosse stretto. Come se la corrente più leggera di sempre fosse arrivata a portarmi via. Come se non dovessi più preoccuparmi di niente, nessun rimorso e nessun rimpianto, perché prima di andare so che farò qualcosa di bellissimo.

Magari sarò il rumore, quella musica che non è mai stata musica. La gente di tutto il mondo mi sentirà e si bloccherà e si metterà a piangere lì dov’è. Oppure sarò le stelle che zampillano in cielo e ricadono sulla statale. Le macchine inchioderanno e tutti quanti metteranno le mani fuori dal finestrino per toccare quella pioggia di luce e rideranno e sapranno che ovunque nel mondo c’è amore, anche dove non ti immagini che possa sopravvivere. Oppure sarò una sorgente di liquido fulgido e trasparente, inonderò le strade e spazzerò via i rami e i rifiuti e i vetri rotti e potrai uscire di casa e immergere il tuo bicchiere usa e getta e riempirlo di me. Una goccia sulla lingua e le tue ferite si rimargineranno, i tuoi denti si raddrizzeranno, i tuoi piedi indolenziti troveranno sollievo. Un sorso e il tuo papà tornerà a casa. Un bicchiere e nessuno, avvicinati adesso, nessuno ti dirà più bugie. La giustizia incendierà il mondo. Tutte le cose che brami verranno da te come colibrì addomesticati. Stendi la mano – oh, Dio – prendilo e basta.


L’immagine di apertura è di Stefano Calgaro

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