La microintervista: 7+1 domande a Marta Barone

Marta Barone è nata a Torino nel 1987, dove si è laureata in letterature comparate, e vive a Como. Traduce dall’inglese e dal francese, finora soltanto romanzi e racconti, a parte una graphic novel. È stata per molto tempo lettrice editoriale per Einaudi, Mondadori Ragazzi, Rizzoli, e a volte lo fa ancora, ed è l’orgogliosissima curatrice delle opere di Marina Jarre, incarico che le è stato affidato l’anno scorso. Ha scritto tre libri per ragazzi e sta finendo il suo primo romanzo, che uscirà per Bompiani nella primavera 2019.

1. Dove lavori? Quasi sempre a casa, al computer fisso. In biblioteca mi distraggo troppo, ma ne vale anche la pena per la birra e i pettegolezzi alla fine della giornata con l’amico che ha lavorato di fronte a te.

2. Il libro della tua vita: Questa è una domanda di una violenza aberrante e dovreste saperlo. Comunque, per comodità, diciamo Pnin. E La Recherche, anche perché le sue ramificazioni nel Novecento comprendono buona parte dei libri che amo.

3. La parola che ti fa mettere le mani nei capelli: «Maestro». E «assaporare».

4. La frase che avresti voluto tradurre tu: «Era ancora un opporsi al tempo: un nome, una somma di vita di cui nessuno calcolerà gli eventi innumerevoli, un segno lasciato da un uomo smarrito in quella successione di secoli». (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, trad. di Lidia Storoni Mazzolani)

5. Uno strumento di lavoro (informatico o analogico) di cui non puoi fare a meno: Il leggio per tenere su il libro o l’ipad con il pdf di quello che devo tradurre. Anche per questo mi è scomodo andare in biblioteca, non posso portarmelo dietro.

6. Il tuo guilty pleasure: Non so se è guilty, ma spesso, anche se devo scrivere o lavorare a casa, mi vesto di tutto punto, mi pettino e a volte persino mi trucco, come se andassi a un lavoro d’ufficio. È un modo per resistere all’abbrutimento quando devo restare rinchiusa per tanti giorni di fila.

7. Una cosa di cui sei orgogliosa: Sono sempre orgogliosa quando qualcuno mi dice che ho fatto un buon lavoro.

+1 Come hai fatto a tradurre Cime tempestose senza farti trascinare nella follia e/o evocare fantasmi? Dato che ci lavoravo dodici ore al giorno, era inevitabile che a un certo punto cominciassi a sognarlo ripetutamente: niente fantasmi, o meglio, sognavo pezzi fantasma che non esistevano e mi ero dimenticata di tradurre, e il libro usciva incompleto, o il testo che si moltiplicava e proliferava in modo mostruoso, e variazioni sul tema (una specie di versione da traduttore dei sogni in cui scopri che non hai finito gli esami all’università o che devi tornare a scuola).


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La microintervista: 7+1 domande a Michele Piumini

Michele Piumini abita in provincia di Varese. Dal 2000 a oggi ha tradotto un centinaio di titoli, tutti dall’inglese tranne tre dallo spagnolo. Traduce narrativa per bambini, ragazzi e adulti e saggistica di vario genere, soprattutto musicale. Dal 2005 è anche docente di traduzione letteraria.  

1. Dove lavori? A casa, nel mio studio, quando traduco. Fuori casa, ovviamente, quando insegno.

2. Il libro della tua vita: Posso citarne due? Il primo è Broken Music, l’autobiografia di Sting, che ho tradotto in italiano. O meglio ri-tradotto: è una storia lunga e incredibile che, grazie a una fortunatissima serie di coincidenze, mi ha permesso di conoscerlo di persona.
Il secondo è Divided Kingdom di Rupert Thomson, il romanzo più straordinario che abbia mai tradotto (e probabilmente letto).

3. La parola che ti fa mettere le mani nei capelli: “Supportare”

4. La frase che avresti voluto tradurre tu: “Tutta la famiglia – i sei adulti (contateli pure) e il piccolo Charlie Bucket – viveva in una casetta di legno alla periferia di una grande città.”
Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, traduzione di Riccardo Duranti.

5. Uno strumento di lavoro (informatico o analogico) di cui non puoi fare a meno: Molto banalmente, il dizionario. Potrei anche farne a meno e utilizzare i dizionari online, ma sono troppo abituato – anche fisicamente: lo tengo in mezzo alle braccia, fra me e la tastiera – a quello cartaceo.

6. Il tuo guilty pleasure: Trovare gli errori nei testi originali (soprattutto i libri musicali) e comunicarli agli autori, se sono già entrato in contatto con loro. Mi sono sempre molto grati, perché lo prendono come segno di scrupolosità e perché può tornare utile a loro e ai loro editori per le eventuali ristampe.

7. Una cosa di cui sei orgoglioso: Le traduzioni dei miei allievi e il loro feedback.

+1. Qual è la prima cosa che fai quando cominci una nuova traduzione? Niente di particolare, non leggo i testi prima di tradurre, comincio e basta.


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