La microintervista: 7+1 domande a Roberto Serrai

Roberto Serrai nasce nel 1967 a Firenze, ma adesso abita a Pomezia. Traduce – dal 1992 – dall’inglese (il francese lo legge per piacere), ha sempre lavorato a generi diversi, di narrativa come di saggistica. Per anni ha tentato di lavorare all’università, ora gli è rimasta solo l’editoria. Continua comunque a studiare, scrivere, avviare progetti irrealizzabili.

  1. Dove lavori? A casa, in uno studiolo ricavato nel piano seminterrato. Sono in grado di lavorare ovunque, però. Dentro l’auto parcheggiata, o mentre mio figlio è a lezione di chitarra; sulla metro, o a casa dei miei suoceri. Ho una tracolla con dentro il necessario, e in genere quando esco la porto con me. Ogni tanto vado in biblioteca, un po’ per necessità (ad esempio quando devo riscontrare delle citazioni) e un po’ per ricordarmi come sono fatti gli altri, quelli che hanno una vita diversa. Solo ogni tanto, però.
  2. Il libro della tua vita: Se proprio devo ridurli a uno, il che è comunque velleitario, ed escludendo la King James Bible, scelgo The Things They Carried di Tim O’Brien (1990). Lo possiedo in varie edizioni, comprese le due versioni italiane, e anche in altre lingue – pure se non le so leggere. Avrei tanto voluto (ri)tradurlo, e se fossi stato più accorto, meno imprudente, forse ci sarei anche riuscito. Chiedo ai colleghi coinvolti di perdonarmi, ma la mia carriera non potrà dirsi conclusa finché non avrò provveduto.
  3. La parola che ti fa mettere le mani nei capelli: In italiano tante, in inglese una su tutte, un phrasal verb: «to take in». Quando lo incontro (traducendo, ma anche leggendo) provo un vero e proprio fastidio, in senso fisico. Ha diverse sfumature di significato, ma viene usato quasi sempre come un semplice sinonimo di «guardare (qualcosa)». Trovo che sia un modo davvero brutto di riferirsi a questa azione. Sciatto, sbrigativo, superficiale. L’inglese sa, può e deve fare di meglio.
  4. La frase che avresti voluto tradurre tu: È lunga, ma serve tutta: «[Being dead is] like being inside a book that nobody’s reading.» «A book?» «An old one. It’s up on a library shelf, so you’re safe and everything, but the book hasn’t been checked out for a long, long time. All you can do is wait. Just hope somebody’ll pick it up and start reading.» (Tim O’ Brien, «The Lives of the Dead», in The Things They Carried).
  5. Uno strumento di lavoro (informatico o analogico) di cui non puoi fare a meno: L’edizione cartacea del Compact [per modo di dire] Unabridged Dictionary della Random House. Lo comprai, ai tempi dell’università, alla Libreria Seeber di Firenze. Un posto bellissimo, quando era in via Tornabuoni, ma con alcuni commessi di rara scortesia. So che probabilmente dovrò fare questo mestiere fino all’ultimo giorno, anzi fino all’ultimo istante. Dunque è chino sopra a questo libro che vorrei essere trovato, con l’indice ormai rattrappito puntato sull’ultima parola.
  6. Il tuo guilty pleasure: Forse la cancelleria. Guilty, ovviamente, perché spesso non sono cose «necessarie». Come il rullo di carta assorbente che ho comprato tempo fa, che è addirittura in bachelite. Non l’ho mai usato, ma ero (e resto) convinto che mi servisse. Un po’ per nostalgia di una perduta eleganza, un po’ per la facile illusione che la bellezza, ad esempio di una stilografica, possa trasferirsi come per magia sulle parole che si scrivono adoperandola. Il vero guilty pleasure, tuttavia, è il tempo che ogni tanto scegli di sottrarre al lavoro o alle feroci incombenze del quotidiano e trascorri, per una volta, a non fare niente.
  7. Una cosa di cui sei orgoglioso: Quando una persona mi dice, o mi fa capire, che grazie al mio lavoro ha conosciuto un certo autore, o magari lo ha ri-trovato, lo ha apprezzato in modo diverso, ne è stata in qualche maniera toccata, commossa. Per me è molto importante.+1 Nella bio di Twitter ti definisci “Traduttore, appassionato di letteratura, padre adottivo, ex aspirante accademico, flaneur, idealista, acquario ma sopratutto testaperaria.”Come si concilia il mestiere di traduttore con quello di padre? È una domanda complessa. Mi verrebbe da dire che questo mestiere si concilia male, in prima battuta, con l’idea stessa di famiglia. È un mestiere per persone sole. Ingenuamente, non lo credevo, non così tanto. Oggi, dunque, provo molto rimorso per il tempo che sono costretto a negare a mio figlio. Lui sembra capire, ma io lo vedo che non è così. Alcune mie traduzioni, quelle che ho “sentito” di più, sono anche messaggi in codice, che magari un giorno vorrà decifrare e ritrovare qualcosa di me. Ma non mi consola; sono discorsi da intellettuali.Molto più concreta è la questione dei diritti d’autore. Questi, infatti, si ereditano. È poca cosa, ma è anche una questione di principio. E tra le tante cattive pratiche professionali che ho (come tutti) conosciuto, c’è da tempo anche quella di editori che non vogliono, scaduti i vent’anni previsti dalla legge, assumersi le proprie responsabilità. Ho resistito a lungo, ma adesso porterò la cosa in tribunale. Per rispetto verso il mio lavoro ma anche, guardando indietro, per ciò che mio padre sognava per me, e per il modo in cui, un giorno, mio figlio mi guarderà.

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